Autolesionismo di alcune pratiche identitarie e annichilenti

Antefatto. Una mattina di quelle K.S. si svegliò nella sua classe, frequentava il quinto liceo scientifico, preda di un attacco depressivo di insolita forza, cullato da istinti autodistruttivi e pene amorose. Confidandosi con il suo amico F.P. cercava di trovare pace e serenità stretto da quella morsa soffocante, buia, che in quel periodo spesso lo sorprendeva all’inizio di un nuovo giorno. F.P. era considerato un pò da tutti un “pazzo genialoide” e non a caso era il suo compagno di banco e di tanto altro. Condividevano gli stessi gusti musicali, stesso modo di pensare, stesso umorismo e insomma la stessa innata passione/predisposizione per il Thanatos ed affini. Chiedendogli consiglio su come slacciarsi da quella sensazione, facendo presente che il solito whisky-limone e zucchero a colazione non bastava più (alla buonanima di Bukowski: Super – Io di quel periodo), F.P. incominciò a pensare. Gli occhi brillarono e in pochi secondi, come da sua consuetudine, aveva trovato una risposta. Era un palliativo somatico, certo, non psichico, ma K.S. gli voleva bene, e anche lui: si fidava. Non obbiettò un secondo alla sua proposta. Si informò solamente sui perché e i percome. Approcciò anche stavolta alla questione sollevata difendendosi con il solito muro razionale, scudo di ogni stimolo fenomenico che impattava in quel periodo. Non faceva una piega la sua idea. “Proviamo” disse. La soluzione era basata sul presupposto di una stimolazione esogena di endorfina… Provocata da… una bruciatura. Si, gli consigliò di bruciarsi per stare meglio: la prima volta consistette nel tenere acceso a lungo un accendino per poi stamparlo con forza sul dorso di una mano… La sensazione fu molto piacevole e rimase colpito dalla mancanza di quel dolore che comunque aveva pronosticato: niente… Solo tanta e gradita endorfina che sarebbe diventata un’amica da lì in poco tempo… Insieme a tante altre… E… …E da lì iniziò un uso incontrollato, poi abuso, di quella tecnica “terapeutica” fino a derive eclatanti. La porta era stata aperta e incominciarono altre sperimentazioni. Incominciò con l’accendino, poi le sigarette, poi scaldava le attache. E si marchiava. Per arrivare a diventare un pioniere del campo tatuandosi a fuoco sul braccio durante l’ora di italiano il nome della ragazza che gli scaldava il cuore (!), la stessa che diede lo spunto all’inizio di queste pratiche. E non solo: scoprì un paio di anni dopo che negli Stati Uniti avevano (re)inventato una nuova moda: lo Scaring (scarificazione),...
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